In molte aziende l’inclusione è ancora considerata una questione “da ufficio HR”. Si parla di assunzioni mirate, percentuali, reportistica, ma si dimentica che includere non significa solo assumere.
L’inclusione è una cultura aziendale, non un adempimento. È il modo in cui le persone si parlano, si ascoltano e si rispettano ogni giorno. È la disponibilità di un manager a modificare un processo per facilitare un collega. È la naturalezza con cui un team valorizza un talento senza preoccuparsi di “chi rientra nella legge 68/99”.
Quando un’azienda delega tutto all’HR limita la portata dell’inclusione. Le risorse umane possono costruire il perimetro, ma sono i manager e i colleghi a dare sostanza al cambiamento. Perché un’inclusione reale non vive di procedure, ma di comportamenti quotidiani.
Le organizzazioni che riescono a trasformare questo concetto in pratica vedono i risultati: più fiducia, meno conflitti, maggiore motivazione. L’inclusione funziona solo quando diventa un’abitudine condivisa, non una campagna di comunicazione.
Serve coraggio per passare da “progetto HR” a “modo di lavorare”. Ma è l’unica strada per creare aziende davvero sostenibili: non solo dal punto di vista economico, ma anche umano.
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